Questa mattina, avvicinandomi alla macchina con Alma, le ho detto:
“Dai, camminiamo un po’ al sole, così ci sentiremo benedetti.”
Subito dopo, la mia mente si è fermata su quella parola: benedetti.
Per un attimo l’ho guardata dall’interno, come si osserva un oggetto familiare che, improvvisamente, rivela qualcosa di inatteso.
Benedetti significa letteralmente ben detti: detti bene.
E credo che il punto sia proprio questo: ci sentiamo “benedetti” quando qualcuno – o qualcosa – ci dice bene, quando parla di noi in modo corrispondente, riconoscente, vero.
Ho pensato al lavoro terapeutico.
Fare terapia richiede la competenza di saper bene dire l’altro: leggerlo, restituirlo, far risuonare ciò che lo abita attraverso uno sguardo e una parola che non inventano, ma rivelano.
Benedire non coincide con il fare piacere.
Dire bene qualcuno non significa sottolinearne solo i pregi, ma coglierne il movimento interiore: anche il dolore, anche ciò che ferisce o confonde. Quando troviamo e offriamo parole adeguate a questo nucleo, compiamo un gesto benedicente: diamo forma, dignità, respirabilità.
È un po’ come essere pittori a ritroso: partire dall’immagine interiore dell’altro e portarla fino all’origine verbale, affinché possa vedere ciò che già era, ma non ancora detto.
Per benedire l’altro serve conoscere abbastanza parole.
Non basta sentire: bisogna saper dire.
E per saper dire, leggere diventa un esercizio necessario: amplia la palette linguistica con cui possiamo dipingere l’esperienza dell’altro.
Infine mi sono chiesto: in che modo una domenica di sole può avermi benedetto?
Può farlo solo se, in qualche modo, mi ha detto.
Se quel sole ha letto una mia disposizione interiore e, attraverso la sua luce, me l’ha restituita.
In quel momento, il mondo non era sfondo, ma voce: un Altro che, senza parole, mi mostrava una fisionomia intima.
E allora sì: ci si può sentire benedetti anche da un raggio di sole.
Perché a volte basta essere detti bene, anche solo per un istante, per ritrovare la propria forma.

Scrivi commento