Un episodio formativo per interrogare il rapporto tra ruoli, sapere e crisi dell’autorità.
Ieri, durante un corso di formazione rivolto ad apprendisti, ho presentato in modo approfondito il celebre esperimento di Philip Zimbardo, noto come “esperimento del carcere di Stanford”, per mostrare quanto i ruoli incidano sulle nostre vite e quanto possano persino portare in superficie aspetti di noi che non avremmo immaginato. A un certo punto, un partecipante di poco più di vent’anni è intervenuto per osservare che quell’esperimento è oggi fortemente criticato e che i suoi risultati sarebbero almeno in parte viziati dal fatto che Zimbardo e i suoi collaboratori avrebbero orientato il comportamento delle guardie.
Il suo intervento mi ha posto in una momentanea difficoltà. Non tanto perché mi sentissi colpito sul piano personale, ma perché percepivo una critica pubblica, aperta e formulata con competenza. Mi ha colpito soprattutto il fatto che questa osservazione provenisse da un ragazzo che non ha studiato psicologia e che lavora in ambito informatico, ma che aveva comunque avuto accesso a contenuti sufficientemente solidi da sostenere un’obiezione fondata.
In un primo momento gli ho chiesto ulteriori riferimenti, domandandogli le fonti su cui si basava. Mi ha indicato podcast e video che mi sono ripromesso di ascoltare e visionare, e da lì ho cercato di restituire al gruppo il significato più ampio di quanto stava accadendo: la rivoluzione digitale sta modificando in profondità il rapporto fra sapere, autorità e accesso alla conoscenza.
Oggi informazioni che, fino a pochi decenni fa, erano in larga misura appannaggio di chi aveva attraversato lunghi percorsi universitari o post-universitari, sono diventate accessibili a molte più persone. Questo rende possibile che un docente con una formazione specialistica e un giovane senza studi accademici specifici possano trovarsi a dialogare, almeno su alcuni temi, con un livello percepito di competenza sorprendentemente vicino.
Per questa ragione ho scelto di riconoscere pubblicamente la brillantezza e la curiosità del partecipante, sottolineando come il mondo in cui viviamo richieda di ripensare categorie e gerarchie che in passato apparivano più stabili. Ho notato che questo rispecchiamento positivo lo ha gratificato e ha contribuito a rendere meno conflittuale il clima del gruppo.
Detto questo, dentro il suo intervento percepivo anche una componente aggressiva. Mi sembrava che non vi fosse soltanto il desiderio di contribuire al ragionamento, ma anche quello di mettere in discussione il professore, mostrando che la figura docente è fallibile e che il partecipante, pur più giovane, può collocarsi sul suo stesso piano.
La reazione più istintiva sarebbe stata quella di controbattere in modo duro. Invece ho scelto consapevolmente di non entrare in conflitto, di respirare e di assumere una postura dialogante, offrendo nello stesso tempo un riconoscimento positivo al suo interesse. Questa scelta è stata resa possibile sia dalla mia esperienza nella gestione dei gruppi, sia dalla mia formazione psicoterapica, che mi aiuta a reggere anche i momenti di tensione senza trasformarli immediatamente in scontro.
Più tardi, a distanza di alcune ore, sono tornato su quell’episodio insieme alla classe, rileggendolo proprio attraverso la categoria del ruolo. Ho sottolineato come il nostro scambio fosse stato profondamente mediato dalla posizione reciproca: io come docente, lui come partecipante. Anche il mio modo di rispondere è dipeso dal ruolo che occupavo: sono stato dialogante anche perché il ruolo di docente lo richiede, oltre che per mia inclinazione personale.
Se fossimo stati in un altro contesto, per esempio seduti al tavolo di un bar da pari, con ogni probabilità la mia risposta sarebbe stata più diretta e più dura. Allo stesso modo, credo che anche lui avrebbe formulato la sua obiezione in maniera diversa se non fosse stato nella posizione di partecipante che si rivolge a un professore all’interno di una struttura gerarchica ben definita.
A partire da questo episodio, la mia riflessione si è allargata. Mi sembra infatti che le nuove generazioni manifestino con particolare intensità il desiderio di mettere in discussione le figure di autorità, e che questo orientamento sia fortemente sostenuto dalla rivoluzione digitale. In questo senso, il digitale non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un dispositivo culturale di contestazione dell’autorità costituita, perché democratizza l’accesso al sapere e incrina i tradizionali monopoli conoscitivi.
Durante il confronto, il ragazzo cercava in tempo reale risposte su ChatGPT per rilanciare le proprie obiezioni. Anche questo elemento è significativo: gli strumenti digitali vengono impiegati non solo per informarsi, ma anche per destabilizzare l’interlocutore, per sfidarne il posizionamento e per metterne alla prova la tenuta simbolica.
Ma c’è un punto ulteriore che questo episodio mi ha aiutato a vedere con maggiore chiarezza: ciò che stava accadendo nella relazione tra me e quel partecipante era, in fondo, l’emblema stesso di ciò che l’esperimento di Zimbardo metteva in scena. Mentre parlavamo di ruoli, potere e influenza, gli stessi elementi si rendevano visibili e percepibili nel qui e ora della relazione tra docente e partecipante.
In questo senso, la critica rivolta all’esperimento non era soltanto una critica a un contenuto teorico. Era anche, simbolicamente, una critica all’autorità. Mettere in discussione Zimbardo, uno degli autori più noti della psicologia sociale, significava in qualche modo mettere in discussione la figura del genitore, dell’istituzione, del sapere autorevole. Significava dire: l’autorità è fallibile, è piena di limiti, di contraddizioni e di zone problematiche, e proprio per questo va guardata criticamente.
La mia risposta, allora, non è stata quella di negare questa fallibilità. Al contrario, ho cercato di riconoscerla. Ho provato a restituire al partecipante la sua competenza, mostrando che il fatto che esista un’autorità non implica affatto che chi le sta di fronte sia stupido, inadeguato o inferiore. Ma nello stesso tempo ho cercato di sostenere un altro punto: l’autorità, pur essendo fallibile, resta portatrice di un sapere degno di essere preso in considerazione.
È proprio qui, forse, che si situa il nodo più importante. Un’autorità non vale perché è perfetta, incontestabile o priva di mancanze. Vale perché, pur nei suoi limiti, conserva una funzione orientativa e custodisce delle chiavi di lettura del reale che non dovrebbero essere semplicemente distrutte. Possono essere discusse, rilette, persino corrette, ma non liquidate come se non avessero più nulla da dire.
Quando ho rimandato al partecipante che la nostra stessa interazione confermava, almeno in parte, la tesi di Zimbardo sull’influenza pervasiva dei ruoli, stavo cercando di mostrare proprio questo. Anche un sapere criticabile può continuare a contenere un nucleo di verità. Anche un’autorità fragile può restare una risorsa. E forse maturare significa proprio questo: non aver più bisogno di immaginare l’autorità come infallibile, ma nemmeno ridurla a un inganno da smascherare.
La questione, però, si complica ulteriormente se consideriamo che oggi l’autorità appare già di per sé fragile. L’autorità, in senso ampio, richiama la funzione paterna o genitoriale, cioè quella funzione normativa e orientativa che un tempo era più manifesta. Eppure, proprio nel momento in cui si dice che questa funzione si sia indebolita o quasi dissolta, le giovani generazioni continuano a combatterla con forza.
Qui emerge un paradosso che trovo molto interessante. Se la lotta contro l’autorità persiste, allora l’autorità continua in qualche forma a essere percepita. Se viene combattuta, vuol dire che non è scomparsa del tutto. Forse le figure genitoriali, e in particolare quelle paterne, si sono trasformate e parzialmente ritirate dal piano esplicito della normatività, ma non sono affatto svanite.
Da un lato, quindi, si potrebbe dire che i giovani continuano a chiamare in causa i genitori e le figure autorevoli, quasi chiedendo loro di tornare a essere davvero tali. Dall’altro lato, il tentativo contemporaneo di essere meno normativi rispetto alle generazioni precedenti è certamente avvenuto, ma forse in maniera più fragile e meno radicale di quanto siamo disposti ad ammettere. In altre parole, potremmo essere ancora molto più normativi di quanto crediamo.
C’è poi un ulteriore punto. Se davvero le nuove generazioni stanno combattendo contro un’autorità sempre più fantasmatica, allora rischiano di trovarsi dentro una battaglia impossibile da vincere. Combattere un fantasma significa misurarsi con qualcosa che non si lascia mai afferrare del tutto, e che dunque non può essere definitivamente sconfitto. È, per certi versi, una lotta donchisciottesca.
Per questo motivo, faccio fatica a pensare che l’attuale strategia di cambiamento, intesa come ulteriore destituzione delle figure di autorità, possa produrre una trasformazione reale e feconda del sistema. Mi sembra piuttosto una via parzialmente sterile, o comunque insufficiente. Non so dire con precisione quale sia oggi la strategia migliore per trasformare il reale, ma ho l’impressione che quella perseguita attualmente non sia la più funzionale.

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